L'Anello e la Croce

Significato teologico de Il Signore degli Anelli

Copertina

di Andrea MONDA
Soveria Mannelli (CZ), 2008, Rubbettino (Il Colibrì)
ISBN: 978-88-498-2215-1
Br, dim. [hxl]: 225x145, pagine: 256, prezzo: € 12,00
Copertina: Elisa Medde, HaunagDesign



Note di copertina

Tutti conoscono gli Hobbit di J.R.R. Tolkien, ma chi sono veramente queste piccole e straordinarie figure letterarie? E se fossero le nuove figure di eroi che ben si attagliano alle atrocità e ai drammi del XX secolo? E se fossero figure di santi?
Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien è un libro dal duplice destino: snobbato dalla critica letteraria (specialmente in Italia), ha ricevuto dai lettori di tutto il mondo, da oltre cinquant'anni, un successo straordinario che lo ha portato ad essere uno dei libri più letti ed amati.
Una delle questioni più discusse dai critici e dai lettori in questo mezzo secolo è stata la reale o presunta natura religiosa dell'opera.
Se da una parte all'interno del romanzo non si trovano elementi espliciti di religiosità, dall'altra la storia stessa raccontata da Tolkien, e i suoi significati, rivelano una sostanza non solo religiosa ma squisitamente cristiana e cattolica.
Il presente saggio si addentra nella fitta foresta di simboli presente nella saga tolkieniana per offrire una lettura teologica precisa, strettamente collegata con l'epistolario dello schivo e geniale scrittore inglese, che presenta la saga fantasy più famosa del mondo in un'altra luce, spiazzante e paradossale.


Indice

    Prefazione
    
    Parte prima
    J.R.R. Tolkien, l'uomo e l'opera, fede e fantasia
    
    1.  J.R.R. Tolkien, l'uomo
        1.1. Una vita tranquilla, ma non troppo
        1.2. Storie alte, basse e medie
        1.3. Tolkien: inglese, filologo, cattolico
        1.4. Un filologo inglese
        1.5. Un cattolico inglese
     
    2.  J.R.R. Tolkien, l'opera
        2.1. Il ritorno dell'epica
        2.2. Fantasy ma "alla Tolkien": non evasione, ma visione
        2.3. La fantasia secondo Tolkien e il suo significato teologico
        2.4. Il Signore degli Anelli: "storia di storie"
    
    Parte seconda
    La simbolica teologica del romanzo
    
    3.  Le storie dietro la storia
        3.1. Il Silmarillion e Il Signore degli Anelli: dagli Elfi agli Hobbit
        3.2. Le storie non raccontate
        3.3. Al centro gli Hobbit
    
    4.  La rivoluzione del Signore degli Anelli
        4.1. La Quest rovesciata
        4.2. Gli Hobbit: gli ultimi saranno i primi
        4.3. Exaltavit humiles
        4.4. Rinnegare se stessi per ritrovarsi
    
    5   I veri protagonisti del romanzo
        5.1. La semplicità degli hobbit
        5.2. Frodo, alter Christus?
        5.3. Una protagonista a sorpresa: la Pietà
        5.4. Un'altra protagonista a sorpresa: la Provvidenza
        5.5. Altre figure cristologiche: il Re e il Profeta
    
    6.  Geografia (fisica e morale) della Terra di Mezzo
        6.1. Tempo e Spazio nel Signore degli Anelli
        6.2. Eroi pagani ed eroi cristiani
        6.3. Il cuore del romanzo: la morte e l'immortalità
        6.4. Un romanzo anti-manicheo
        6.5. Un'avventura morale
    
    Conclusioni pedagogiche.
    La lettura del Signore degli Anelli nell'insegnamento della religione cattolica
    
    Bibliografia

Il commento di Cla

COMMENTO L'autore fa confluire in questo testo i migliori frutti di una trentennale meditazione su Il Signore degli Anelli, l'opera di Tolkien che meglio conosce e sulla quale ha maggiormente lavorato: con questo volume Monda si conferma così tra i massimi studiosi di Tolkien in Italia. Come dice il sottotitolo, egli cerca qui di illustrare il "significato teologico de Il Signore degli Anelli" e vi riesce senza mai scadere nell'apologetica, nel moralismo e in quelle letture "simboliche" che vedono in ogni parte e elemento del romanzo un rimando a qualcosa di esterno (il che distrugge la profonda e intima struttura del racconto medesimo).

PREGI Il pregio maggiore del libro è la brillantissima lettura che Monda offre degli Hobbit, da lui considerati i "veri protagonisti del romanzo" (Cap. 5) e la più originale "invenzione" letteraria di Tolkien, lettura che occupa gran parte delle pagine del libro, segno del grande amore dell'autore verso questi personaggi. In questi Monda vede (anche basandosi su alcune lettere di Tolkien) la personificazione "mitica" dei poveri delle beatitudini evangeliche, che non vanno identificati con gli indigenti bensì con i semplici capaci di ascoltare attentamente le parole dei più saggi senza frapporre preconcetti attraverso cui "filtrare" (distorcendola) la realtà che ci circonda (p. 91 sgg). Vi sono altresì molti spunti interessanti e dei paralleli abbastanza "inediti", che per motivi di tempo non posso che sommariamente elencare:

Particolarmente pregevole poi la conclusione, nella quale Monda illustra (anche basandosi sulla sua esperienza personale di insegnante di religione cattolica nelle scuole statali) l'uso del Lord of the Rings come mezzo per una praeparatio evangelii in un contesto ove la grande difficoltà è carpire l'attenzione dei più giovani, privi ormai di qualsiasi stabile riferimento esistenziale.

LIMITI Il maggior limite, se così vogliamo chiamarlo, dello studio è forse quello di non aver adeguatamente distinto gli aggettivi "cristiano" e "cattolico". Alle volte infatti Monda, dopo aver trovato un corretto legame tra Il Signore degli Anelli e il messaggio cristiano, ne inferisce poi l'implicito cattolicesimo, ma questo non è sempre "necessario": non tutti i cristiani sono cattolici (per dirla sillogisticamente). Un esempio tra i tanti è a p. 116, quando proprio a proposito di Frodo come alter Christus ne inferisce il suo significato cristiano e cattolico (mentre questo aspetto sarebbe condivisibile anche da un protestante). A opinione dello scrivente, quello che è il senso propriamente cattolico dell'opera di Tolkien è infatti il legame tra storia-immaginazione-verità e l'aver saputo ricollocare entro la verità cristiana quanto di vero era presente nelle precedenti culture nordiche pagane: e questo Monda non manca di sottolinearlo, citando in proposito le bellissime parole di Chesterton (pp. 37, 148, 226).


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